Traduzione dell'articolo originale "Parents, What if coaches were allowed to call your boss anonymously?" di Jill Karwoski. Seguitela su Facebook, X, Instagram e LinkedIn e con all'hashtag #SoftballTruths
Forse essere cresciuti negli anni ottanta e novanta, quando l’influenza dei social media, la popolarità online e l’ego dei genitori non plasmavano la nostra quotidianità, né determinavano il nostro futuro, è stato un vantaggio. Certo, anche noi ci confrontavamo su dove sarebbero andati all’università i nostri compagni e amici e cosa avrebbero fatto, ma non ci svegliavamo con le notifiche che vibravano sul telefono e non avevamo la possibilità immediata di vedere quanti “conoscenti” o “amici” avessero messo “Mi piace” a un recente post su un accordo per un contratto da professonista.
Questa libertà virtuale che abbiamo vissuto credo abbia permesso a noi della “generazione X”, di trovare equilibratamente la nostra strada a livello universitario, sportivo e professionale. Non fraintendetemi, so per certo che mia madre, che mi ha sempre sostenuto, avrebbe voluto prendere il telefono più di una volta per chiamare il mio allenatore della squadra universitaria per richiedere informazioni e forse farne un caso affinché sua figlia giocasse più tempo nell’anno da matricola.
Ma non lo ha mai fatto.
Primo, sarei stata mortificata, secondo, avevo piena fiducia in me stessa ed ero perfettamente capace di avere una conversazione individuale con un adulto che era il mio allenatore; forse un’abilità di vita che oggi i giovani hanno perso (Gli adolescenti preferiscono scrivere messaggi piuttosto che parlare, N.d.A.).
Dopo che i giorni da giocatrice universitaria di successo sono terminati, sono entrata in una professione che coltivava sia la mia passione e il mio amore per il softball come allenatrice. Anche se il mio percorso di oltre 20 anni come allenatrice nei campionati universitari, non è sempre stato un viaggio tranquillo su una strada perfettamente spianata verso il successo, ho sempre accolto (e superato) ogni sfida che si presentava. Così è stato, fino alla mia ultima stagione, quando genitori implacabili e una dirigenza poco solidale mi hanno infine portato a una decisione personale.
Era l’ultimo anno del mio contratto, un nuovo direttore atletico era al comando, la mia squadra era tormentata dagli infortuni, in particolare nel reparto lanciatrici. La mia viceallenatrice era andata via per seguire il lavoro dei suoi sogni proprio prima dell’inzio stagione, e c’era un risentimento residuo dell’anno precedente da parte di un genitore , la cui figlia aveva giocato poco per le prestazioni incosistenti. Una tempesta perfetta per qualsiasi genitore non disposto a comprendere alcune delle sfide competitive, quasi insormontabili, affrontate in quella stagione.
In un recente articolo di Darren Cooper su northjersey.com, “Allenare gli sport delle scuole superiori sta diventando sempre più complicato“, ha scritto:
“Non è facile allontanarsi da un lavoro che ami e da giocatori a cui tieni veramente, ma devi prenderti cura di te stesso.”
È esattamente ciò che ho fatto. Ho lasciato. Ho scelto di non far rinnovare il mio contratto per un altro anno. Una decisione con cui faccio i conti ogni giorno. Devo convincere me stessa che i genitori non l’hanno vinta e che è stata una scelta personale, per dare priorità alla mia famiglia in via di adozione, che veniva presa di mira online, con accuse infondate contro di me.
Signor Cooper, non è solo nelle scuole superiori a essere complicato, quei genitori che non vengono chiamati a rispondere nello sport giovanile, scolastico e amatoriale stanno lentamente respingendo allenatori incredibilmente bravi, leali e appassionati anche a livello universitario [professionale, n.d.t.].
Due allenatrici di softball della North Jersey High School si sono dimesse di recente. Uno, proprio questa settimana, Chris Jackson della Notre Dame High School, dichiarando che: “C’era un gruppo selezionato di genitori che aveva priorità non in linea con il modo in cui volevo gestire il progetto”.
Se vi ricordate, lo scorso gennaio è stato reso pubblico in TV a livello nazionale che anche due allenatori di basket del liceo si sono dimessi per molestie e maltrattamenti contro di loro. Erin Carey, allenatore emerito della scuola Wilson High, ha dichiarato: “I genitori mi hanno attaccata personalmente, un attacco personale a chi sono, a ciò in cui credo e alle decisioni che prendo“.
Genitori, lasciate che vi faccia questa domanda:
Cosa succederebbe se l’allenatrice di vostro figlio o vostra figlia fosse permesso di contattare liberamente il vostro capo, supervisore o datore di lavoro e dire qualsiasi cosa su di voi?
Potrebbero inventare accuse false come che non siete mai alla vostra scrivania, che trattate male i colleghi perché non salutate tutti ogni mattina, che siete insensibili verso la salute mentale, che le vostre vendite sono in calo questo trimestre perché non siete abbastanza bravi, chiamarvi psicologicamente abusivi per aver chiesto al vostro team di rispettare una scadenza, o dire che dovreste essere licenziati immediatamente altrimenti inizieranno una campagna sui social media contro la vostra azienda.
In sostanza, questo è il clima in cui gli allenatori vivono in questo momento. Ai genitori è permesso avere carta bianca per dire quello che vogliono sugli allenatori ai loro dirigenti, e in alcuni casi direttamente in faccia, senza contesto o verifica.
Sono finiti i giorni in cui i giocatori si vergognavano quando un genitore alzava il telefono.
Sono svanite le difficoltà dei “genitori elicottero“, che era un termine nuovo usato frequentemente quando ho iniziato ad allenare.
Ecco le accuse dirette di genitori che guidano incessantemente bulldozer verso casa di qualsiasi allenatore per spianare una strada che porti il loro figlio a più tempo di gioco, diritto di vantarsi sui social media, o cambio di leadership che inevitabilmente porterà il loro figlio a “una migliore etica del lavoro” [aggiungete qui una risatina sarcastica, n.d.a.].
Quanti altri titoli sulle dimissioni di un allenatore dovranno essere scritti prima che qualcosa, o qualcuno, cambi? Quando i dirigenti inizieranno ad avere il coraggio di opporsi ai genitori che fanno cyberbullismo, molestano e inventano false accuse contro gli allenatori? Quando vedremo il titolo che dice “Preside e direttore sportivo del liceo sostengono pubblicamente l’allenatore nonostante il tentativo di un genitore di accusarlo falsamente”?
Nel caso di Brian Holzgrafe, ex allenatore di tennis maschile alla Quincy University, che ha contro querelato per diffamazione un’ex giocatrice per aver diffuso voci su una relazione sessuale inappropriata con un membro della squadra femminile. Brian sono stati appena assegnati quasi 3 milioni di dollari in una causa storica che potrebbe fare da precedente per altri allenatori disposti a combattere l’epidemia di false accuse che affligge la categoria.
Forse non esiste un vaccino per la pandemia dei genitori, ma credo che ci siano passi che dirigenti e allenatori possono compiere per minimizzare almeno alcuni di questi comportamenti caotici e inaccettabili:
- È necessario che ai genitori degli studenti liceali e universitari siano comunicate quali siano aspettative sia dagli allenatori che dagli amministratori. Allenatori, se i vostri dirigenti non vi sostengono nella riunione di inizio stagione e non supportano il vostro codice di condotta per i genitori, questo dovrebbe essere il vostro primo campanello d’allarme.
- Se un genitore viola quel codice di condotta, deve risponderne. Forse la prima volta un avvertimento, la seconda l’esclusione da una partita. Lavorate con i vostri dirigenti per definire le adeguate conseguenze.
- I genitori devono essere istruiti, a livello giovanile, su come comportarsi sia di persona che online. Non date per scontato che ogni genitore sappia che è altrettanto importante sostenere la vittoria della squadra quanto la battuta valida di proprio figlio o figlia.
- I dirigenti della lega o dell’organizzazione dovrebbero stabilire le basi delle aspettative, così che gli allenatori possano poi definire gli obiettivi partita per partita in base all’età, al tipo di campionato o al torneo.
- I dirigenti della lega o dell’organizzazione dovrebbero stabilire le basi delle aspettative, così che gli allenatori possano poi definire gli obiettivi partita per partita in base all’età, al tipo di campionato o al torneo.
- I genitori degli studenti universitari (professionisti, n.d.t.) devono comprendere alcune realtà fondamentali prima che il figlio firmi un contratto sportivo impegnandosi a giocare a in livello superiore:
- l’importo della borsa di studio non è un indicatore del tempo di gioco;
- il tempo di gioco si determina in allenamento, quando non siete presenti; un allenatore valuta la capacità di un giocatore di essere all’altezza della competizione in base ai risultati e al lavoro svolto fuori dalla partita.
- in una squadra di 20 giocatrici (dimensione media di una squadra universitaria amatoriale di softball, n.d.a.), METÀ della squadra NON sarà titolare; il 50% saranno giocatrici titolari #SoftballTruth
- quello che dite dopo la partita modellerà l’impressione che la giocatrice ha della propria allenatrice; le squadre che vincono hanno giocatori che si fidano del percorso sportivo e, cosa più importante, dell’allenatrice.
- andare direttamente da dirigente dopo la stagione NON è la risposta1.
Incoraggiare tua figlia lad avere un confronto di persona con il proprio allenatore durante tutta la sua carriera lo è. - lasciatele fallire o stare in panchina; solo perché sono stati MVP nelle giovanili e hanno battuto di molto le squadre avversarie, non li qualifica automaticamente per una posizione da titolare all’università (seniores, n.d.t.); ciò che conta è il modo in cui reagiscono a ciò che sta accadendo, date loro gli strumenti per cambiare il loro ruolo se sono infelici.
- il portale del campionato universitario non è sempre la risposta.
- l’importo della borsa di studio non è un indicatore del tempo di gioco;
La risposta è sì, mi manca. Mi manca assistere all’entusiasmo autentico di una giocatrice e vedere il successo del suo duro lavoro in allenamento tradursi in una partita. Mi manca vivere l’euforia di vincere una partita in cui sulla carta eravamo le sfavorite. Mi manca la capacità di cambiare la traiettoria del futuro di una famiglia offrendo una borsa di studio sportiva in un’università straordinaria.
La risposta è anche no. Non mi manca quella sensazione di non essere supportata, o nemmeno ascoltata, dai dirigenti, nonostante avessi investito tutti gli sforzi fisici ed emotivi nel gestire le aspettative di giocatrici e genitori con una rosa difficile, essere lontana dalla mia famiglia 4 giorni su 7 alla settimana, sentire che con ogni sostituzione fatta in partita c’era un genitore che consapevolmente mi metteva nel mirino. No, il fatto è che non mi manca essere accusata di essere psicologicamente abusiva per aver usato una giocatrice dalla panchina come battitrice di sostituzione.
Applaudo con forza tutti gli allenatori a tutti i livelli perché ALLENARE È DIFFICILE; quasi impossibile in alcuni giorni, di fronte ai compiti insormontabili che un allenatore svolge quotidianamente senza alcun riconoscimento, per non parlare di un grazie. Come ha scritto di recente Coach Carlson, il Fearless Coach, non si tratta più solo di abilità tecniche e di preparare le squadre a competere. Questo è solo il 10% del lavoro.
Genitori, sappiate che le vostre azioni e le vostre parole hanno implicazioni sulla vita di un allenatore, sulla capacità di una giocatrice di affrontare e accettare il ruolo che si è guadagnata, e eventualmente sul risultato complessivo vittorie e sconfitte della squadra. Iniziamo a cambiare il clima e fare del sostegno agli allenatori una priorità.
Oppure, possiamo sempre considerare di dare anche agli allenatori la stessa libertà di stroncare la professione di un genitore.
- Comprendo che, come sempre, ci sono eccezioni a ogni regola. Purtroppo, sì, ci saranno allenatori che mostrano comportamenti scorretti e sono insensibili ai problemi di salute mentale, e ci sono storie di successo legate al portale del campionato universitario.
Queste raccomandazioni non sono per quelle eccezioni, sono per quella che ormai è la norma, di genitori che si comportano scorrettamente ↩︎