Storie di un allenatore per caso

Categoria: allenare

Il Torneo “Rebecca Braglia”, sempre!

Come per il Torneo “Città di Treviso” al femminile, anche per il “Rebecca Braglia” non possiamo mancare a ogni sua edizione.
O quasi… Ci siamo persi infatti la prima edizione del 2019!

Premiazione squadra under 16 per il 7o posto alla quarta edizione del Torneo, venerdì 29 marzo 2024.

La nostra prima partecipazione è stata quindi alla seconda edizione, nel 2022, guidata dal Pro Vercelli Rugby, quando l’attività riusciva a riprendere dopo lo stop pandemico e da cui il movimento femminile ne usciva seriamente compromesso.

C’era pertanto la necessità di offrire ogni possibilità di gioco alle atlete, ma anche il desiderio di rendere omaggio a Rebecca.
Non era solo un solo voler esserci, ma un dover esserci!

Il Torneo era dedicato alla categoria under 17 e gli effetti del fermo degli anni precedenti furono piuttosto evidenti dal punto di vista tenico, specialmente per la nostra squadra, che rimediò purtroppo l’ultimo posto.

Squadra under 17 per la seconda edizione del 2022

Quella che però era sembrata una disfatta, si era poi in realtà rivelata un passo in avanti molto importante nella storia della squadra.

Giuliano Braglia, papà di Rebecca, ci avrebbe infatti stupito ancora una volta con le sue parole e i suoi gesti, com’era purtroppo gli era toccato quando era mancata la figlia.

Aveva richiesto personalmente all’organizzazione di consegnare un premio specifico per l’ultima squadra classifica. Quindi toccò a noi.

2022 – giocatrici che hanno inteso la differenza tra vincitori e vincenti

Il premio era in sé era piuttosto semplice, un pallone del Colorno Rugby, ma la differenza la fecero le parole di Giuliano, ricordando alle giocatrici come anche i vincenti [non vincitori, n.d.a.] abbiano dovuto perdere decine e decine di volte prima di arrivare in alto1.

Siete solo all’inizio del vostro percorso come giocatrici e come donne.
Non dovete mollare, non dovete farlo in campo come nella vita.
Vi ringrazio per essere venute qui oggi e aver giocato col sorriso sulle labbra, sono sicuro che Rebecca vi abbia guardato con piacere.

GIULIANO BRAGLIA

Noi allenatori ci siamo sentiti piccoli, immensamente piccoli, di fronte a quelle parole, di fronte un gigante.

Quello che in troppi contesti avevamo visto essere un mero premio di consolazione, spesso triste e di circostanza, Giuliano lo trasformava nell’impegno a mantenere fede ai valori in cui crediamo.

Quindi la scelta per gli anni successivi fu presto fatta, la nostra partecipazione fu da quel momento orgogliosamente d’obbligo.

Il famoso pallone custodito gelosamente in segreto da una delle giocatrici

Fortunatamente nel 2023 la posizione in classifica è andata meglio, grazie anche il supporto delle giocatrici del Volvera Rugby e nonostante i numeri risicatissimi delle nostre under 17: 5o posto!

Squadra under 17 per la terza edizione del 2023, a cui poterono partecipare anche le nate nel 2008 [con federale biasimo…]

Con il 2024 si è passati alle categorie pari, under 16, e per questa quarta edizione volevamo di più, ma qualche infortunio e la concentrazione ancora sfuggente non ci hanno fatto brillare come avremmo desiderato.

Peccato! Bisogna però essere onesti e franchi sull’argomento: queste ragazze hanno già dato moltissimo da inizio stagione, continuano a farlo, e sanno che dovranno perseverare fino alla fine, e forse anche un po’ oltre!

L’impegno e il tempo da loro speso [e da molti dei loro genitori2, n.d.a.] negli allenamenti, nelle competizioni e con l’attività di selezione e regionale e federale, è veramente notevole e ammirevole.

2024 – squadra ancora completa in campo per il saluto, prima della rottura del naso della mediana di apertura…

Non sarebbe quindi giusto e umano chiedere di più, pertanto si deve sacrificare qualcosa, e questo qualcosa purtroppo sono quasi sempre gli allenamenti collegiali.
Si perde così una parte importante, forse fondamentale, in cui tutte le giocatrici possano costruire insieme il gioco e l’intesa di squadra, ma i cui tempi e spazi non si possono forzare a discapito della inderogabile e fittissima attività ufficiale.
Bisogna però prendere atto che termine se ne pagano le conseguenze sul medio e lungo termine, sia in termini di risultati e di partecipazione.

Ma se c’è un problema allora è necessaria anche una soluzione, e noi piace buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Perché il “Braglia” ha sempre avuto anche un qualcosa in più per noi allenatori della cosiddetta FranKigia, delle Fenici, oltre al il Torneo in sé.
È infatti il momento da cui si inizia a pensare alla stagione successiva e fare le prime valutazioni di quella in corso.

Forse saranno i primi caldi primaverili che fanno emergere anche le prime stanchezze di stagione, o forse saranno le parole di Giuliano che riescono ogni anno a risvegliarci dalla routine dell stagione e farci guardare oltre.

Ovviamente preferiamo pensare che sia la seconda e iniziare a progettare per la prossima stagione, per il prossimo “Rebecca Braglia”.


  1. Livorno si aggiudica il 2o Memorial Rebecca Braglia ↩︎
  2. Vedi foto seguente… ↩︎
Parma, 20 aprile 2024, Sei Nazioni Italia vs Scozia – genitori stremati ma soddisfatti, in spasmodica attesa della fine della stagione.

Metti la canottiera! No!

Il cambiamento è inevitabile, nonostante lo stakanovismo degli autoritarismi, e finalmente possiamo vederlo…
Anche nei colori delle nazionali!

Lo scorso agosto la vicecapitana della nostra squadra seniores mi ha infatti parlato di questo articolo di Vanessa Friedman, apparso il 9 dello stesso mese:

From the Women’s World Cup to Wimbledon, a Victory Everyone Can Share

La lettura è stata per me una vera epifania (vedi l’immagine sottostante…) in grado di mettere a fuoco molti elementi che mi ronzavano per la testa, senza che però fossi in grado di metterli nel giusto ordine.


Nell’articolo vengono innanzitutto messi in evidenza una serie di eventi che hanno messo il punto sugli obblighi delle atlete in fatto di abbigliamento, specialmente nello scorso anno:

Potranno sembrare sottigliezze o casi sporadici, cassabile con un po’ di benaltrisimo, ma è tutt’altro che così…

È infatti un movimento che va oltre l’agonismo, chiaramente in atto e in una direzione ben precisa, in cui lo sport sta diventando un riferimento nella resistenza contro il controllo del corpo delle donne.

Anche nell’atletica leggera sempre più atlete indossano leggings o pantaloncini al posto degli slip da gara. E questa foto non è inerente… È solo una piccola forma di resistenza alla censura.

Rosa e sciancrato

L’abbigliamento sportivo per le donne ha seguito sostanzialmente due percorsi, paradossalmente opposti, a seconda che lo sport fosse riconosciuto a loro adatto o meno:

  • sport “da donne“: gli indumenti veniva appositamente resi sexy;
  • sport “per soli uomini“: ti fai andare bene le taglie piccole per gli uomini.

È abbastanza ovvio che percorso abbia seguito l’abbigliamento sportivo femminile per il rugby, considerando che è caduto prima il muro di Berlino che la Federazione abbia ammesso i campionati femminili

Per renderla visivamente chiara questa è una foto di Sara Barattin in Nazionale nel 2012:

Embed from Getty Images

Oppure, nel 2023, si può rendere anche anche con uno dei commenti a bordo campo della nostra capitana under 16, nel suo ormai famoso contenuto stile:

“Ma guarda sti pantaloncini Piri…
Sembra che abbia il pacco!”

Ovviamente le ho citato prontamente l’articolo di Friedman, sperando di non essere scaduto nel mansplaining… Forse era solo banalmente coachplaining!  

L’abito fa il monaco

A convincermi a scrivere dell’articolo del NYT è stata la capacità di Friedman di aiutarmi a mettere a fuoco la causa di molti abbandoni.
Di questi intuivo le difficoltà ma non riuscivo a delineare chiaramente le motivazioni più profonde.

Stiamo infatti parlando di quanto incida sulla visione di sé l’abbigliamento e le implicazioni nelle scelte che questo comporta.

Per capire questo concetto dobbiamo innanzitutto partire dall’articolo scientifico “Enclothed cognition” di Adam e Galinsky , in cui si dimostra empiricamente l’importanza dell’abbigliamento nel nostro modo di interagire, al netto delle nostre intuizioni sul tema.
Più praticamente Elena Bobbola concretizza il concetto con l’adagio “l’abito FA il monaco”.

Vi lascio al suo video per approfondimenti:

Grazie a Elena questo concetto ero già riuscito a metabolizzarlo da tempo.
L’illuminazione arriva però con le riflessioni successive in cui si inoltra l’articolo.

Si salvi chi può!

Il dato che che mi ha veramente folgorato è stata l’altra ricerca citata, “Practical, Professional or Patriarchal?” di Tess Howard , che stima il livello di abbandono tra le ragazze per l’abbigliamento al

70%

Ogni volta che rileggo quella cifra, rimango sgomento…
Certo, la ricerca riguarda il mondo scolastico, ma ipotizzando la metà, rimango comunque sgomento!

Ma ve la immaginate una palestra che perda il 70% dei clienti per la rigidità del  “dress code”? Anche solo il 35!

Sul campo

Questo faceva perfettamente pari con quanto riscontrato nell’esperienza personale da allenatore!

Ho sempre intuito che a un certo punto alcune ragazze inizino a sentirsi a disagio con l’identificazione in una giocatrici di rugby e gli stereotipi e i pregiudizi che questo comporti.
Questo si manifestava in particolare una volta raggiunta la piena adolescenza e quello che questo comporta nella costruzione della propria identità, e quella di genere nello specifico.

Per alcune era, e purtroppo rimane, evidentemente troppo affrontare questa estenuante lotta quotidiana nel digerire questa immagine di sé, tanto da preferire l’abbandono della pratica, anche se talentuose, anche se ancora divertite dal gioco.

Il problema stava però principalmente nella difficoltà di riuscire a identificare e verbalizzare le cause del disagio, perché molto viscerale, lontane dalla parte razionale, così da poter trovare insieme una soluzione.

E perdendo il dialogo si perde anche la giocatrice…

Credo però che in alcuni casi che fosse invece chiarissimo loro che una soluzione vera e propria non era possibile, che fosse inutile perdersi in chiacchiere e mettersi a combattere il sistema!
È d’altronde legittimo per un adolescente darsi le priorità su quello che lo affligge in quel momento contingente, in un momento della vita in cui tutto sembra istantaneo.
Per loro quello era lo stato dell’arte per l’abbigliamento e quello che ci si doveva tenere: metti la canottiera!

It’s a long way to the top if you don’t want to wear it!

Il mio capo allenatore, alla sua presa in carico del settore femminile, aveva intuito sin da subito la necessità di dare respiro alle esigenze di identità anche nell’abbigliamento, cercando colori, uniformi, simboli specifici dedicati a loro, così da intaccare gli stereotipi.

Purtroppo, come da manuale, ha incontrato le classiche resistenze in cui ci si imbatte nello spiegare efficacemente questo genere di necessità, così profonde ma altrettanto difficili da far intuire e metabolizzare.

Nella mia esperienza ho infatti purtroppo riscontrato i peggiori scleri quando era ora di scegliere colori, loghi, vestiario… E anche fonts!

Diciamoci una verità scomoda: pochi si curano realmente del progetto tecnico o della coerenza dei valori professati…
Ma su questioni grafiche o estetiche si scatenano vere guerre di religione!

Non è semplice da ammettere, ma è tutto sommato comprensibile.
Sono infatti elementi chiaramente visibili dell’identità, che è molto probabilmente l’elemento più importante che abbiamo.
Questo sia a livello individuale, vedi gli abbandoni di cui stiamo parlando, che a livello di gruppo, che molto spesso dobbiamo leggere tribù.

La fatica di integrare una nuova un‘identità in una cultura societaria preesistente, molto spesso degenerata nel tribalismo, è di fatto LA storia del movimento femminile nel rugby italiano: introdurre un elemento alieno in una realtà che è sempre stata raccontata fieramente virile.

Un fatica spesso relativamente troppo grande per le risorse e le motivazioni di molte dirigenze, composte quasi sempre in modo preponderante da uomini, il più dei quali avevano ormai cristallizzato il loro percorso di crescita culturale e intellettuale all’epoca dell’ammissione del movimento femminile nella Federazione, con i valori che consociamo di quell’epoca, con cui oggi dobbiamo fare i conti.

La questione dell’abbigliamento consono alle esigenze delle giocatrici rimane quindi chiaramente relegata tra le ultime priorità, più per formazione e consapevolezza personale, che per effettive problematiche concrete.

Nei club in cui è avvenuta un’emancipazione da questa sclerosi, si è dovuto il più delle volte alla dimensione emotiva, grazie a padri facenti parte di queste dirigenze, i quali sono riusciti a ricredersi vedendo le loro figlie divertirsi con una palla ovale senza curarsi degli stereotipi.

Ci tengo infine a far notare, vista la mia stima smisurata nei loro confronti, che se gli alpini hanno fatto un percorso di crescita in tempo record, credo che anche nel modo dello sport si possa fare. E se si può si deve!

In tempi sembrano quindi maturi, o perlomeno migliori, per poter spendere le rivendicazione ottenute nell’alto livello, e quel tragico SETTANTA PER CENTO, come strumenti di leva per tutte le nostre giocatrici.

Quindi, alla richiesta di mettere la canottiera, rispondete fieramente no!

P.s.: vi propongo anche questo ottimo articolo di Alice Castiglione

Le divise delle atlete: diversi sport, stesso problema

che già nel luglio del 2021 affrontava esaustivamente l’argomento.

[Articolo AGGIORNATO con correzioni e integrazioni il 29 dicembre 2023 alle 12:40 – vedi premessa #3]

Sul Torneo Città di Treviso e perché non tornare a giocare a metà campo

Dopo 105 giorni credo che sia trascorso il tempo necessario per fare delle riflessioni a freddo sulla partecipazione alla 1a edizione del Trofeo Internazionale “Città di Treviso” Under 15.

Innanzitutto… Com’è andata?

Per le giocatrici è stata una crescita straordinaria! E non solo tecnica!
Abbiamo avuto modo di vedere un entusiasmo e una motivazione che credevamo si fosse perse durante la pandemia. Si sono infatti sentite giocatrici “complete”, svincolate da schemi e modalità di gioco limitanti e speciali.

Il Trofeo è stato vissuto come un momento di riscatto, in cui il numero di giocatrici in campo, il regolamento e l’agonismo hanno dato alle ragazze quel senso di gioco e squadra di cui avevano solo sentito parlare o visto.

E si sono giocate la finale, portando a casa un ottimo secondo posto!
Risultato invidiabile per giocatrici che hanno avuto modo di allenarsi insieme solo sporadicamente!

Vicecapitana e capitana esibiscono con contenuto stile e classe rugbystica la coppa per il secondo posto (la capitana è riconoscibile dal tipico copricapo regale).

Qui i comunicati ufficiali di Ivrea Rugby Club e Benetton Rugby.

“IL” torneo, fu Topolino

Il Torneo di Treviso rimane ancora la principale competizione di mini-rugby in Italia, con numeri impressionanti, ed è arrivato alla sua 43a edizione.
Fino al 2016 era semplicemente il “Topolino”, poi ha dovuto cambiare nome a seguito del cambio di strategia promozionale di Disney, rimanendo però saldamente in mano a Benetton Rugby.
È però dal 2016 che il Torneo è stato aperto al settore femminile, su proposta della Federazione.

Prima partecipazione della squadra under 14 della collaborazione tra società piemontesi.
Prima squadra esordiente della collaborazione piemontese al Torneo Topolino 2016.

Le nostre giocatrici hanno sempre partecipato sin dalla prima edizione, esordendo con i colori del Cuneo Pedona Rugby, reputandola un’esperienza fondamentale per la loro crescita.
Per alcuni anni è rimasta infatti l’unica opportunità di confronto interregionale e ancora ora la più importante.

Sara Barattin, all’epoca capitana della nazionale, aiuta a sistemare al termine dell’edizione 2016.

Le radici della costituzione del nostro progetto di serie A vanno sicuramente ricercate nella collaborazione per il Torneo di Treviso.
A inizio stagione ci si accordava infatti tra allenatori e società per far partecipare almeno una squadra piemontese e di utilizzare i premi economici dell’attività federale per le spese di iscrizione, logistica e pernottamento, così da calmierare le quote chieste alle giocatrici.

L’attenzione al torneo femminile nelle prime edizioni era però estremamente precaria, ma c’era un entusiasmo straordinario da parte dei partecipanti nel vedere crescere il settore.
Vedevamo nell’apertura al settore femminile la speranza che, le scarse attenzioni nei confronti del movimento, sarebbero state colmate a breve.

Purtroppo, ho però l’impressione che le cose non siano andate nella maniera che ci aspettavamo… E non mi riferisco al Torneo…

Il Torneo, ora Trofeo, ha, in effetti, migliorato notevolmente l’approccio nei confronti della competizione femminile nelle ultime edizioni, in particolare dal 2019, edizione dalla quale le partite furono fatte disputare allo Stadio “Monigo”.

Tuttavia il vero salto di qualità si è avuto nell’ultima edizione, nella quale si è separata la competizione under 15 dal torneo di mini-rugby e si sono date le stesse attenzioni alle squadre femminili di quelle maschili.

Credo però che la scelta più importante e coraggiosa fatta da Benetton sia stata quella di raccogliere un’esigenza tecnica che stava crescendo: utilizzare il medesimo regolamento tecnico federale dell’under 15 maschile per la femminile.

Così come per l’apertura del 2016, questo ha avuto un significato per il movimento in termini di segnale di rilancio di quello sviluppo che non si è mai ripreso completamente dagli eventi della pandemia.

Va dato particolare merito di ciò a Benetton, per la quale sarebbe stato più facile adattarsi a quanto praticato in “campionato”, scaricando la responsabilità dello sviluppo tecnico del settore femminile interamente alla Federazione, mettendosi al sicuro da critiche e imprevisti.

Ovviamente, si è comunque dovuto fare i conti con le numeriche, optando per la modalità di avviamento del regolamento under 15 maschile, che prevede in campo solo 13 giocatrici (niente terze linee ala) e la linea di touche alle linee dei 5 metri laterali.

Era nell’aria…

La nostra squadra non si è però presentata alla competizione di Treviso senza alcuna esperienza. Già prima di venire a conoscenza che il Trofeo si sarebbe disputato con il regolamento maschile, come allenatori ci eravamo mossi per creare momenti di gioco a “tutto campo”, così da soddisfare la voglia di crescita tecnica delle giocatrici.

Dopo alcune sperimentazioni negli allenamenti, l’opportunità si è concretizzata in due eventi.

Il primo è stato l’incontro della nostra selezione regionale piemontese con la selezione di francese dell’area Auvergne-Rhône Alpes (Ligue AURA), alla quale ha avuto modo di partecipare la quasi totalità della nostra squadra.
In un contesto guidato, le giocatrici hanno giocato con modalità simili al regolamento under 15 maschile, con le giocatrici francesi già pratiche di quel modello di gioco.
All’entusiasmo tipico di questi incontri con le altre nazionalità, si è aggiunto chiaramente anche quello per la scoperta di una nuova esperienza di gioco.

Il secondo incontro è stato per l’evento #liberedigiocare, la partita benefica organizzata ogni anno da Lucy Associazione per supportare i diritti delle donne.
Quest’anno l’iniziativa è stata affidata alla squadra seniores della nostra FranKigia, in concomitanza dei festeggiamenti del 21o Torneo “Bianca e Roberto” dell’Ivrea Rugby Club.

Il CUS Milano Rugby ha accettato l’invito per l’evento, rilanciando l’opportunità anche per la squadra under 15, essendo anche loro impegnati nella ricerca di attività per lo sviluppo del gioco a tutto campo con le juniores.

Quindi non è un caso che CUS Milano sia la stessa squadra con cui abbiamo disputato la finale a Treviso!

Saluto al pubblico della squadra under 15 al termine dell'amichevole #LibereDiGiocare con il CUS Milano.
Saluto al pubblico della squadra under 15 al termine dell’amichevole #LibereDiGiocare

La partita era ufficialmente un’amichevole, con relativo arbitro C.N.A, e, a differenza di Treviso, la partita si è svolta secondo il regolamento di consolidamento dell’under 15 maschile, quindi in formazione completa a 15.
Nonostante l’inesperienza e qualche momento di smarrimento, l’iniziativa è stata apprezzata e ha prodotto i risultati sperati.

Tuttavia l’insofferenza per il sette a metà campo e la voglia di cambiare, si era già manifestata alla fine del cosiddetto campionato, nella tappa tra i due eventi precedenti. La stanchezza delle giocatrici era pervasiva nei momenti a bordo campo, con polemiche e nervosismi per la noia e la limitatezza del gioco che vivevano in campo.

E adesso come facciamo?

Si pone, però, ora un problema notevole.
La prossima stagione si tornerà, infatti, a giocare a metà campo e temo che la cosa verrà digerita male o non proprio digerita.
Come ho imparato dall’ex nazionale Cecilia Zublena, la crescita tecnica è uno degli aspetti fondamentali nel mantenere la motivazione delle giocatrici e, sul medio e lungo periodo, si ripercuote sulla loro fidelizzazione.

Il “metà campo” nasce come sperimentazione per riuscire a gestire le ristrettezze dei numeri, il vero elefante nella stanza. Questa modalità è, quindi, pensata proprio per dare la possibilità alle giocatrici di alimentare la loro motivazione, grazie a un’attività agonistica più costante e accessibile, per migliorare tecnicamente grazie a un maggior minutaggio di gioco.

La sperimentazione ha però, ormai, circa vent’anni, una durata anomala per definirla ancora tale e i segnali indicano che sia arrivata al suo esaurimento Il rischio è ora quello che produca l’effetto opposto di quello desiderato.

Il caso del collasso della Coppa Italia seniores ne è il riscontro concreto (nota per i non addetti: questo campionato è sempre giocato sempre a sette a metà campo). Con l’introduzione della seria A territoriale la Coppa Italia si è infatti rapidamente svuotata, tanto da non permettere spesso lo svolgimento dell’attività programmata.

Va dato atto che la Federazione aveva già predisposto un piano nelle stagioni passate per superare questo “stallo”. Questo avvenne durante la presentazione della stagione 2018/19, quella in cui fu introdotta la categoria under 18 femminile e in cui si passò dal “sette a metà campo” al regolamento “X Rugby” di World Rugby. Nella stessa programmazione era previsto un progressivo passaggio al “gioco 15” per le categorie giovanili per le stagioni successive e, se la memoria non mi inganna, in questa prossima stagione la categoria under 16 avrebbe già giocato “a 15”.

Infine, la questione si fa ancora più palesemente difficile da affrontare per le giocatrici classe 2010.

Con la nuova stagione passeranno dalla categoria under 13 del settore propaganda, quindi mista, alla categoria under 14 del settore femminile. Le giocatrici si troveranno nella stramba situazione di “tornare indietro”, ossia trovarsi giocare per la prossima intera stagione in una modalità simile (7 a metà campo) a quella con cui avevano giocato nella prima parte della passata (10 a metà campo), ma che avevano poi superato nella seconda fase, giocando in 12 giocatori lungo la verticale del campo (vedi regolamento under 13 2022/23, modalità avviamento).

Per chi abbina un po’ di competenza tecnica, è facile intuire che questo cambiamento possa essere vissuto come una regressione, muovendosi verso una modalità di gioco più simile a quella dei bambini, anziché evolvere verso modalità simili a quelle degli adulti.

Riflessioni e proposte per il futuro

L’idea di riordinare le idee su questo tema nasce dalle numerose chiacchierate fatte a bordo campo, nelle club house e al telefono con allenatrici e allenatori, e scoprire con loro di condividere una comune difficoltà e una visione per il futuro diversa.

Va dato merito particolare sul tema a Stefano Carraro e a Ladies Rugby Clubs, di aver, rispettivamente, fatto sintesi e dato risonanza a questo pensiero comune (vedi premessa #1)

A questo collegamento potete trovare il posto originale: UNA RIFLESSIONE SUL GIOCO “A SETTE” di Stefano Carraro

Qualcosa sembra però muoversi. Nel planning della stagione sportiva del comunicato federali n. 1 2023/24, leggiamo “XV” per la categoria under 16.
Rimaniamo, quindi, fiduciose e in attesa di avere maggiori dettagli, così come lo eravamo nel 2016 alla prima edizione al femminile del Torneo di Treviso.

La nostra compagine non resterà, comunque, ad aspettare ed è già al lavoro per intraprendere un percorso agonistico che dia alle nostre giocatrici la possibilità di gioco analogo a quelle dei loro coetanei del settore maschile, indipendentemente dalla proposta che verrà dalla Federazione, insieme ad altre squadre che condividono questa urgenza nella crescita.

Spero, quindi, di trovarvi a bordo campo per condividere con voi lo stesso entusiasmo delle giocatrici che abbiamo visto a #LibereDiGiocare e al Trofeo di Treviso e poter dire insieme: “Ce l’abbiamo fatta”.
Se sarà così offro io!

La squadra al completo al termine della premiazione del Torneo

Post scriptum

Durante la premiazione del Trofeo “Città di Treviso” una giocatrice mi ha illuminato con la regola della prova di commutazione grazie a una semplice domanda: “Perché il presidente premia solo i ragazzi?”…
Applicando la regola, la situazione era chiara, e mi sarei sentito complice restare senza manifestare il disappunto. Non avevo, però, strumenti per essere efficace in quel contesto senza mettere in imbarazzo la squadra e i colleghi, così ho fatto l’unica cosa che mi pareva plausibile: lasciare la premiazione….

Squadre forte sì, squadra forte no…

Se avete questo dilemma siete già molto fortunati!
Significa infatti che avete giocatrici a sufficienza per fare due squadre!

In effetti il titolo potrebbe prestarsi a molte interpretazioni, ma in questo caso mi riferisco alla modalità di formazione delle squadre, qualora si sia nella fortunata situazione di poter disporre di giocatori sufficienti da poterne formare più di una.

Nel caso specifico, la nostra alleanza tra club è riuscita a schierare due squadre under 15 al Memorial “Luciana Casolin”.
Il torneo, organizzato dal Rugby Viadana 1970, si è svolto domenica 11 febbraio e va un sincero ringraziamento gli organizzatori e ai i volontari impegnati nell’evento per il successo dell’iniziativa!

Prima però di esporre vi rimando alla premessologia, quanto mai necessaria di questi tempi, e in particolare alle premesse necessarie a questo articolo: #1 e #2 e #3

Il problema dei livelli delle competenze

Un problema strutturale nel settore giovanile femminile del rugby sono le differenze di livelli di competenze molto ampie che si riscontra tra le giocatrici.

Nelle squadre giovanili del settore maschile c’è infatti una maggiore omogeneità di competenze grazie al numero consistente di giocatori provenienti dal settore propaganda e l’esperienza che da questo ne deriva. In un’under 15 maschile ad essere l’eccezione è l’esordiente, mentre nell’analoga categoria femminile è molto spesso l’opposto.

Purtroppo in quest’ultimo settore si riflette l’effetto del numero ancora ristretto di bambine presenti nel settore propaganda.

Per chi non conoscesse le dinamiche di Federugby, nel settore propaganda bambine e bambini giocano insieme, dalla categoria under 5 alle under 13, e la proporzione tra generi i è più vicina a quella del villaggio dei puffi che a quella di una normale classe di scuola primaria, sebbene la partecipazione delle bambine sia in costante e persistente crescita.

Ovviamente non è un’equazione perfetta quella tra competenze ed esperienza, anzi le capacità individuali contino molto, ma solitamente è facile identificare chi delle giocatrici abbia avuto un’esperienza nella propaganda e chi no.

Come si può immaginare, allenare con queste disparità è molto impegnativo e difficoltoso.

Molto spesso la situazione peggiora ulteriormente a causa della necessità di allenare più categorie femminili insieme, per avere un numero sufficiente di giocatrici per eseguire gli esercizi. Il divario di età accentua ulteriormente il divario di competenze.

Andrew Douglas, dal quale ho avuto la grande fortuna di ricevere supporto negli allenamenti, mi soleva dire che era il settore più difficile da allenare, non tanto per gli anticipatici cliché che si attribuiscono alle squadre femminili, ma per il ben più concreto e reale problema di divario di competenze.

Una scelta impegnativa

La scelta di competere al Memorial “Casalin” con squadre con capacità differenziate è stata ragionata e condivisa tra i quattro allenatori della categoria under 15, avendo però già alcune esperienze sulle quale basarsi.

In uno degli incontri dell’attività regionale avevamo già infatti provato a suddividere le squadre in due livelli distinti di capacità di gioco. Non era stata la scelta iniziale ma, essendo permesso dal regolamento, abbiamo riformato le squadre in un secondo momento dello svolgimento delle partite.

Crediamo infatti che le categorie giovanili siano categorie di sviluppo, in cui sperimentare e apprendere abbiano la precedenza sul risultato, e il tentativo sembrava aver convinto allenatori e giocatrici.

Preciso nuovamente, per chi non conoscesse le dinamiche del settore, che le categorie giovanili femminili competono nei singoli incontri del campionato come in un torneo tra le squadre presenti alla data.

Com’è ovvio e giusto che sia, c’è stata qualche difficoltà nel fare accettare completamente a tutte le atlete questa strategia, in particolare a coloro che si sono trovate a competere nella squadra con competenze minori.

Tuttavia la proposta è stata complessivamente compresa e, soprattutto, hanno accettato di provare senza risparmiarsi in campo, anziché irrigidirsi sulle proprie posizioni, .

Sebbene siano intuibile perché tale proposta possa essere accettata di buon grado dalle giocatrici schierate nella squadra più performante (la voglia eccellere, il desiderio di vincere, ecc.), anche coloro con meno competenze hanno i loro validi perché.

Credo siano due in particolare le motivazioni di quest’ultime:

  1. la fatica del costante confronto con i propri limiti rispetto a chi più dotato, tanto più difficile da gestire tanto più i livelli sono distanti.
  2. la difficoltà di gestire i sensi di colpa per sentirsi un limite per le compagne di squadra che sarebbero in grado di performare maggiormente. Sensazione del tutto ingiustificata, ma presente e forte, e pertanto degna di essere presa in considerazione e gestita.

È bene sottolineare che le giocatrici vanno e sempre comunque spronate a affrontare queste fatiche e queste difficoltà, evitando di mettere in atto strategie da genitore spazzaneve.

Può sembrare contraddittorio, ma questo stesso principio di deresponsabilizzazione è comunque quello che spesso guida inconsapevolmente gli allenatori quando si sceglie la strategia contraria, quella di equilibrare le squadre. Squadre equilibrate permettono infatti di di nascondere le incompetenze di alcune con le competenze di altre, così da evitare malumori, ma impedendo il processo di presa di responsabilità individuale.

La scelta su quale suddivisone adottare va quindi ponderata anche sulla pressione emotiva, che deve risultare nel complesso sostenibile. La sua persistenza si rivela infatti tossica per la motivazione delle giocatrici, diventando logorante, squalificante e controproducente, e influendo direttamente sulla propria auto-efficacia.

Si questo tema dell’auto-efficacia si è discusso e sperimentato molto nell’ambito dell’istruzione e rappresenta un chiave di volta del mental coaching. Va però ricordato, per correttezza, che la suddivisione per competenze in quell’ambito vada maneggiata con estrema cura, perché può dare effetti contrastanti.
La valutazione della situazione è fondamentale e imprescindibile e questo vale anche nel nostro caso.

Quindi? Dipende!

Quindi qual è la soluzione?
Come quasi sempre, la risposta è la solita per ogni quesito nel rugby: dipende!

Come si fa quindi a differenziare senza discriminare?

Come già accennato precedentemente, sebbene anche tra le giocatrici ci siano buone motivazioni per abbracciare una differenziazione per competenze, questo non significa che tutte le giocatrici abbracceranno con entusiasmo l’opzione di essere suddivise in base alle loro performance in campo.

È esperienza di comune di ognuno quanto sia difficile ammettere i propri limiti, sentirsi giudicato, e sentirsi assegnata l’etichetta di “scarso”.

Pertanto i drammi ci sono, ed è giusto e sano che ci siano, specialmente da parte delle giocatrici per cui non è così evidente perché si debbano trovare nella squadra di livello più basso.

E questa però una di quelle situazioni in cui si comincia allenare sul serio, in cui di vede di che è pasta sono fatta gli allenatori, perché sono le giocatrici ad allenare gli allenatori, mettendoli alla prova.

Nel saper prevenire e gestire malumori, critiche e obiezioni delle nostre giocatrici e valutare correttamente la pressione emotiva a cui saranno sottoposte, lì si manifesta la nostra abilità di allenare persone, e non solo giocatrici, di allenare squadre, e non solo singole atlete messe a giocare insieme.

Si passa da allenare delle competenze tecniche ad allenare dei giocatori. Passiamo dalle mere competenze “in campo” alle competenze “per il campo e per la vita”.

Non una sola squadra forte, ma due squadre forti

La verità è che non basta che una squadra sia forte, serve che lo siano entrambi, ma in modo completamente differente. E tra la due, quella ad essere più forte per impegno e fatica, non è quella che quella che diamo per scontato che lo sia.

Godersi la vittoria sono capaci tutti, affrontare la sconfitta con dignità pochi.

Serve pertanto moltissimo coraggio e tanta determinazione per entrare in campo sapendo di avere minori capacità a disposizione nel gioco, e che le possibilità di successo sono ridotte, senza per questo abbattersi e dando comunque il massimo per onorare le avversarie e i valori di questo sport.
Oppure essere completamente fuori dalla realtà… Per follia o presunzione!

Pur con eccentricità tipicamente rugbystiche, le ragazze che abbiamo fortuna di allenare non mostrano nessuna forma di squilibrio mentale, né tanto meno peccano di presunzione, anzi, tendono costantemente a svalutarsi.

Le giocatrici della squadra con competenze inferiori sono infatti perfettamente consce che dovranno dare il meglio di sé, anche se probabilmente i risultati non saranno così gratificanti, e che lo faranno per dare modo alle compagne della squadra sorella di dare a loro volta il meglio di sé e potare a casa grandi risultati.

Lascio alla vostra capacità empatica di intuire quanto impegno emotivo tutto ciò richieda a una ragazza di quell’età. Stiamo infatti parlando di sacrificio e stoicismo, valori che solitamente attribuiamo più agli eroi che agli adolescenti…

Sacrificio nel senso di offrire o rinunciare a un’esigenza o un bene personale in favore di un assoluto, come un valore o un ideale (per questo la parola deriva da sacro).

Stoicismo nel senso di affrontare con serenità le avversità, senza scadere nel cinismo o nella rassegazione.

Mi rendo conto di quanto tutto ciò sia di difficile e, soprattutto, delicato, ma anche una grande opportunità. Quando e dove delle ragazze adolescenti possono avere l’opportunità di imparare ed esercitare tali attitudini? Mi pare che le situazione che glielo permettano siano rarissime e alquanto limitate!
Quindi non ci si può lasciare far sfuggire un’opportunità come questa.

Vanno inoltre considerati anche i riflessi sulla squadra con i livelli di competenze maggiori.
Questa giocatrici vanno infatti aiutate a prendere consapevolezza della grande opportunità concessagli nel poter usufruire delle migliori competenze disponibili. Condizioni ottimali e che, come tali, non possono sprecate o sminuite.

Il rischio è che da un’opportunità di maturazione si trasformi in un’occasione per l’insorgere del narcisismo e della presunzione.

Con le giocatrici più competenti è pertanto necessario lavorare su tre punti:

  1. È in loro potere fare bene, quindi è loro dovere fare bene.
    Non ci si potrà limitare crogiolarsi su risultati positivi, l’impegno è preteso sempre e comunque.
  2. Le responsabilità sono personali.
    Non ci sono infatti alibi disponili, le performance mediocri di gioco non si possono ricondurre alle carenze di altre compagne. Ognuna deve assumersi le proprie responsabilità.
  3. I meriti sono invece collettivi .
    I successi sono stati permessi anche grazie al sacrificio della squadra con competenze inferiori. Pertanto meriti e successi vanno condivisi e riconosciuti collettivamente.

Insomma…

Da un grande potere derivano grandi responsabilità

Secondo il principio di Peter Parker di Stan Lee a Ben Parker…

Sì, ma come?

Come si fa però a sviluppare tutto questo?
Come si fa dotare delle adolescenti, con tutte le loro difficoltà, fragilità e turbolenze, delle stesse attitudini dei 300 spartiati della Battaglia delle Termopili?

Vi rimando innanzitutto al primo articolo di questo blog Fare o non fare non c’e provare! in cui espongo il dilemma dei limiti con cui necessariamente ogni allenatore si scontra e confronta.

Vi propongo inoltre due presupposti fondamentali, che espongo qui per la prima volta, ma che richiamerò costantemente nel futuro.

Il primo è l’ineludibile legge delle allenatrici e degli allenatori delle squadre femminili:

Non puoi addestrarle, puoi solo convincerle!

Pur vessate per secoli da una socializzazione coatta al senso del dovere, e annessi sensi di colpa, donne e ragazze non conoscono lo stesso senso dell’obbedienza dei maschi.

Se un uomo o un ragazzo riesce essere perfettamente a suo agio a non porsi il minimo problema a eseguire ordine del suo maschio alfa di riferimento, questa attitudine risulta del tutta aliena alle ragazze e alle donne. Per loro è vitale dare un significato e capire il senso di quanto richiesto, la fiducia è per loro una cosa seria ed è garantita solo se guadagnata, non può essere concessa a priori.

Pertanto qualunque attività che decidiate di far svolgere alle vostre giocatrici, va argomentata con precisione e chiarezza, senza dare nulla per scontato, ma mantenendo la giusta fermezza senza scadere nell’intrasigenza.

Solo allenando una squadre femminile potrete capire appieno il concetto di autorevolezza.

Non illudetevi inoltre che sia sufficiente un singolo intervento per chiudere ogni dubbio. Siccome è solo riflettendo che si può sviscerare al meglio ogni dubbio, è bene mettere in conto che ogni tema si riproporrà nuovamente e con nuove sfaccettature. Ribadisco che nulla è concesso a priori.

Anche in questo caso, solo allenando una squadre femminile potrete capire appieno il concetto di persistenza.

Il secondo presupposto è invece ispirato a quanto scritto sulle etichette della Pasta Rummo:

Per fare le cose buone ci vuole tempo…

Credo però che dovremmo dotare la quasi totalità delle attività umane di tale etichetta, in particolare quelle che richiedono un lavoro educativo e formativo.

Per trasmettere le giuste attitudini e far metabolizzare ogni proposta serve:

  1. farsela venire in mente;
  2. capire quale strategia usare per realizzarla;
  3. confrontarsi rispetto a quanto vogliamo proporre;
    • ritornare eventualmente sulle proprie idee e ripensare a come attuarle…
  4. realizzale con attività e esperienze;

E per tutto questo serve tempo, tempo e ancora tempo!
E serve soprattutto tempo perché

  1. quasi nulla funziona al primo tentativo;
  2. praticamente tutto ha bisogno di essere sistemato, corretto, adattato;
  3. ogni cosa si sviluppa progressivamente in un contesto, non compare dal nulla.

Pertanto perché un’unica squadra sia pronta a essere suddivisa due squadre distinte per competenza, serve il tempo per prepararle a metabolizzare questa soluzione, allo stesso modo ci come le si prepara dal punto di vista tecnico e atletico.

Sì, ma concretamente…

Mi sembrerebbe veramente meschino non condividere con voi qualche esperienza pratica dopo aver aver avuto la pazienza di leggere fino a qui.

Vi propongo tre proposte da mettere in atto…

UNO / fate dare un voto a ciascuna
Le giocatrici conoscono mediamente bene il livello di competenze di ognuna, al netto di qualche valutazione che potrebbe essere viziata da elementi non agonistici, che possono però essere superati.

Sanno essere molto più corrette e oneste che la maggior parte dei partecipanti di 4 Ristoranti, e comunque anche voi potrete ribaltare il risultato!

Se avete creato uno spogliatoio, un ambiente di squadra, sufficientemente sereno potete condividere i voti in modo palese. In questo caso vi consiglio di partire dalla giocatrice stessa nell’esperimere il voto su di sé e successivamente chiedere alle compagne se lo condividono o lo vorrebbero rettificare.

Qualora la giocatrici non siano ancora così mature da affrontare collettivamente questa esperienza, potrete raccogliere voi direttamente le le valutazioni, sia con un confronto diretto con le singole giocatrici che con un modulo anonimo

Una scala da 1 a 5 è solitamente esaustiva e sintetica.

Ho avuto modo di testare questo approccio con un metodo a doppio cieco con le valutazioni date dagli allenatori: il risultato è stato pressoché identico.

DUE/ spiegare poco, raccontare molto

Molto spesso spediamo molto tempo cercando di argomentare facendo leva sulla razionalità o su argomenti che noi reputiamo tali, senza considerare che prima di tutto c’è la passione a muovere le persone.

Sappiamo che è necessario, anzi essenziale, convincere le giocatrici, ma se vogliamo che ci seguano con la testa, dobbiamo prima parlare con il cuore, usando il nostro e rivolgendosi al loro.

Solo raccontando un episodio, un’esperienza o una storia possiamo fare in modo che ci ascoltino e che mettano temporaneamente da parte le difese, così da permettere di sentire le giuste emozioni della situazione in cui le vogliamo portare. Purtroppo qui la ragione è veramente poco efficace rispetto a tutto ciò che può fare l’immaginazione.

Per questo motivo le esperienze e i racconti delle giocatrici e dei giocatori che prendono a modello hanno ben più presa di qualunque argomentazione perfettamente strutturata di un allenatore,

Precedentemente ho accennato al mito della battaglia delle Termopili per permettere alle giocatrici nella situazione più difficoltosa di trovare le risorse per affrontarla. Se io riesco a vedere in loro delle spartiate, loro si riusciranno a sentire tali!

Non è una cosa semplice, ma non va sottovalutato il potere evocativo, anzi, sfrozatevi di trovare un racconto per argomentare ogni vostra scelta in modo straordinario!

TRE / accogliere le difficoltà, stimolare il confronto

La fiducia si basa anche, se non principalmente, sull’assenza di giudizio personale. È pertanto fondamentale che qualunque critica o perplessità possa essere espressa.

Certo, ci sono modi e tempi per farlo, ed è importante educare le giocatrici a farlo nel modo giusto, in questo caso mi sentirei anche di dire disciplinare, chiarendo sempre che la decisione è comunque e sempre vostra. Non posso però ora scendere su questi aspetti, che sono però importantissimi e spero di dedicare loro uno spazio apposito.

Devono però esserci spazi e tempi in cui le giocatrici possano sentirsi serene di esprimere senza sentirsi giudicate. È sicuramente impegnativo, molto impegnativo, perché non basta ascoltare, è necessario che il nostro stato d’animo sia fermo ma sereno. Ogni segno di irritazione viene infatti captato istantaneamente rischiando di inibire il confronto e, quindi, il rapporto di fiducia.

Se c’è un punto su cui ci è possibile riprenderle è casomai proprio il contrario, qualora esprimano le loro perplessità tra di loro o a terzi, senza esprimerlo apertamente, dopo che è stata data loro la possibilità. È chiaro a tutti che questi mormorii e chiacchiere detrattorie creino un ambiente tossico, di falsità.

L’unico vero antidoto a questi veleni è non lasciare giustificazioni per questo genere di atteggiamenti, creando un ambiente in cui è possibile esprimere il dissenso, trasformadolo in confronto.

Capisco che quanto appena esposto possa anche urtare, perché così esposto potrebbe dare l’idea di essere così facile, quasi scontato…
Ma vi rassicuro…. Non lo è! È dannatamente difficile, estenuante e sfuggente!
Purtroppo non è esistono ricette, anzi, prima di capirci qualcosa si sbaglia innumerevoli volte, pur avendo fatto del proprio meglio.

In conclusione

Potrebbe sembrare una cosa da poco, forse banale, dover suddividere una squadra… Ma, come avrete potuto notare della lunghezza di questo articolo, non lo è!

Una scelta così semplice e, molto spesso, accidentale, nasconde in realtà una notevole quantità di implicazioni, mettendo chiaramente in evidenza quale sia il vostro approccio come allenatrice o come allenatore.

Spero che queste riflessioni possano esservi utili se anche voi avrete la possibilità affrontare questa situazione.

P.s.: l’articolo è stato ripreso più volte nella forma, ma non nel contenuto, per miglioralo…
Come aggiungere i risultati di cui mi ero dimenticato!
Eccoli: Risultati del 11/12 Febbraio 2023 Femminile

Fare o non fare, non c’è provare!

Avete presente quei film epici o anche quei documentari motivazionali sulla figura dell’allenatore?
Quelle produzioni cinematografiche in cui gli allenatori seguono in tutto per tutto il viaggio dell’eroe, tipo:

1. Ogni maledetta domenica – Any Given Sunday
2. Coach Carter
3. Glory Road
4. Tornare a vincere
5. McFarland, USA
6. Pride
7. We Are Marshall

Sì, proprio quelli!

Ecco, vi supplico, spiegatemi come si fa!
È una questione genetica?
O forse di quoziente intellettivo?
Magari di carisma forgiato in gioventù…
E se fosse solo fortuna? Un’applicazione pratica della Legge di Dunn!

Comunque sia, a me, in quel modo lì, non riesce proprio e vi confesso che ce la metto tutta!
Sarà che sono stato trapiantato dall’atletica al rugby e l’innesto non è riuscito a dovere. Forse dovrei farmene una ragione e rassegnarmi che l’allenatore lo fai nello sport che hai fatto. Punto e basta, poche storie!
Metti poi che te la cavi meglio di uno che ci è cresciuto e ci ha versato sangue e sudore per decenni… No, questo non è ammissibile! Un affronto al Sistema stesso!

Ma torniamo al punto: qualcuno mi spieghi come si fa ad essere come questi allenatori preparatissimi in ogni aspetto tecnico, carismatici come condottieri di altri tempi e giusti come santi.

Devo però ammettere che la parte che più mi perplime è sempre quella tecnica.
Dai discorsi a bordo campo, nei corsi di formazione, nelle club house mi sembra di essere circondato da allenatori ferratissimi dal punto di vista tecnico.
Se sono però così capaci perché le loro squadre non vincono sempre? O perlomeno dovremmo assistere a delle partite tecnicamente straordinarie.
Sta a vedere che questi allenatori supercompetenti hanno sempre squadre con giocatori scarsi… Anche se mi pare statisticamente poco probabile.

Sarà che il sottoscritto si sente sempre sopraffatto dal dubbio che sfugga qualcosa, che ce l’hai lì, proprio davanti agli occhi, ma non riesci a vederlo.
Insomma, che il tutto si spieghi in modo più semplice e basilare ma totalmente controintuitivo, specialmente rispetto alla retorica sullo sport in cui siamo immersi.

Forse bisognerebbe semplicemente ammettere che ci si prova.
Magari con tutte le energie e le buone intenzioni, magari con le poche risorse disponibili, magari non con le persone giuste, ma ci si prova.

Così a volte succede che ti riesca il miracolo!
Il destino decide, senza prenderti minimamente in considerazione, di far pari con le tue intuizioni, i tuoi sforzi e le tue competenze, e alla fine ti riesce l’impossibile!
Ma non prendiamoci più meriti dello stretto necessario. Senza le condizioni giuste disposte dalle Parche, in nostri sforzi non sarebbero altro che frustrazioni.

In tal caso dovremmo almeno definire un limite invalicabile verso il basso,una sorta di Giuramento di Ippocrate anche per gli allenatori.
Un impegno solenne, in cui si proclama pubblicamente, in modo chiaro e inequivocabile, la famosa frase contenuta nella forma antica dello stesso: “mi asterrò dal recar danno e offesa.
Credo che sarebbe un ottimo punto di partenza, soprattutto se inteso verso tutti i giocatori e le giocatrici e non solo quelli allenati in prima persona.

Purtroppo mi sto perdendo nuovamente, perché il punto è capire come si fa ad essere degli allenatori perfetti.
Forse però mi perdo proprio perché la risposta non c’è…
Non c’è uno modo per essere allenatori perfetti, ci si prova solo.
Con buona pace del maestro Yoda.

P.s.: i più attenti avranno notato che nella lista non ho citato “The Milion Dollar Baby” che era impossibile da omettere. Sarà romanzato, sarò molto, forse troppo Clint Eastwood, ma non ce l’ho proprio fatta a metterlo al pari con gli altri. Ogni volta mi strugge sempre…

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